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Art | 29 Gennaio 2010

Due anteprime, blitz glamour della Cucinotta e le prime premiazioni del Bif&st

di Vito Amodio


Nove gradi alle cinque e mezza di sera ma davanti al teatro Petruzzelli c'è folla già mezz'ora prima dell'inizio dell'anteprima del film "La bella società", per la quale tutti aspettano Maria Grazia Cucinotta, la protagonista. Il foyer è gremito. Tutti si baciano e le pellicce e le chiacchiere abbondano. Età media cinquantacinque anni: i giovani latitano, forse sono sui libri. Quando si capisce che l'attrice sta per giungere, preferiamo spostarci lontano dalla ressa dei fotografi e dei cameramen, come faremo anche in teatro, e dall'alto, da quei pochi gradini, si vede meglio l'arrivo delle auto nere che manco un presidente della repubblica. L'entrata dell'attrice è trionfale, ma il trionfo si annulla quando prima la fanno girare a sinistra, poi a destra, poi ancora a sinistra, seguita dal codazzo di bodyguard neri, alti e un po' nel panico, e poi dalla folla di giornalisti, per la conferenza stampa, rigorosamente in piedi, dietro i cartelloni del festival, come nelle partite di calcio. L'arrivo in platea, dopo la conferenza stampa più corta della storia del giornalismo cinematografico, è un tripudio di battimani e l'attrice saluta con la mano destra ben alzata e spostata intorno a sé. Il pubblico è cordiale e l'attrice è prosperosa e generosa, come sempre. Sul palco del teatro, dopo aver fatto accomodare l'attrice e il riesumato Enrico Lo Verso, cassato dalle grazie dell'attrice, per pochi secondi, la presentazione del film è accompagnata dal regista Gianpaolo Cugno. L'attrice dichiara subito di essere stata chiamata una settimana prima delle riprese e di aver accettato senza leggere la sceneggiatura, garantita soltanto dalla presenza del cast già confermato, Raoul Bova, Giancarlo Giannini ed Enrico Lo Verso. Il regista si scusa per la mancanza dei titoli, poi il film parte e, dopo circa cento minuti, finisce mentre in platea l'attrice si alza e saluta nuovamente, protagonista di un film che non aveva visto causa i numerosi impegni di lavoro.
Sul film non abbiamo nulla da dire, purtroppo, tranne essere convinti che non riuscirà ad arrivare nelle sale per una programmazione, come per molti film italiani meteora, ma la scomparsa in questo caso è una salvezza. Il programma del festival indicava come protagonisti del film anche Claudio Santamaria e Caterina Murino, che noi, impressi sulla pellicola, non abbiamo visto.
Il tempo di ripulire il teatro, e tutti a prendersi un caffè, una sigaretta o il freddo, e si ritorna per le prime premiazioni dopo circa quaranta minuti. Il pubblico è cambiato e le pellicce aumentano, forse perché stavolta il prezzo del biglietto è levitato. La platea vede l'ingresso di Ettore Scola, Armando Trovajoli, Luigi Lo Cascio e Francesco Rosi. Il regista di "Salvatore Giuliano", premiato per l'eccellenza artistica, entra sul palco come un attore, si gode il passaggio, la delicatezza dell'anzianità è tutta qui, con passi lenti e le mani nelle tasche della giacca a quadretti, il pubblico applaude, tutto in piedi, e noi lo fotografiamo da una angolazione diversa, per vedere anche le quinte. Francesco Rosi saluta e ringrazia, loda il Sud, e in pochi minuti denuncia la spaventosa ignoranza storica che attanaglia l'Italia e chiede che vengano trasmesse tutte le pellicole che hanno fatto la storia del cinema italiano attraverso la televisione di Stato, quella Rai, aggiungiamo noi, che si preoccupa dei migliori italiani, in queste settimane su RaiDue, mettendoli in competizione, tra i sospiri di Martina Stella e le alzate di voce di Vittorio Sgarbi, che si diverte e incassa lauti compensi di partecipazione.
Ex aequo il premio intitolato al compianto Francesco Laudadio come miglior film di debutto, andato nelle mani di Valerio Mieli per "Dieci inverni" e a Claudio Noce per "Good Morning Aman". Pietro Marcello vince il premio come miglior documentario con la sua opera "La bocca del lupo". Pippo Mezzapesa, di Bitonto, con "L'altra metà" vince il premio come miglior cortometraggio.
"An education" di Lone Scherfing, è l'altra anteprima fuori concorso che segue. Ambientato negli anni Sessanta a Londra, è la storia di Jenny, studentessa modello che sogna Parigi. Un giorno incontra un uomo dal quale accetta un passaggio in auto per evitare l'acquazzone. La facile seduzione si sviluppa tra cene, aste d'arte, balli e brevi viaggi fino al sofferto epilogo che libererà la ragazza dalle bugie dell'uomo e la farà tornare sui libri e poi ad Oxford. Soltanto l'ottima interpretazione della protagonista, affidata a Carey Mulligan, e la scelta di girare il film in cinemascope discostano appena il film dall'impianto televisivo, dove tutto scivola nella prevedibilità, dallo sviluppo della storia alla recitazione. L'opera resta inutile e quasi si oppone al desiderio della maggior parte delle ragazzine di oggi. La sceneggiatura avrebbe potuto essere più efficace condannando non la causa, l'uomo fedifrago e recidivo, ma l'effetto, cioè la condizione mentale e psicologica delle adolescenti rispetto ai desideri e alla volontà di vivere e alle ragioni del dono della vita.

Foto (in alto e in fondo pagina) di Vito Amodio


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