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Art | 30 Gennaio 2010

Luci ed ombre dei sentimenti nella penultima giornata del Bif&st

di Vito Amodio


Il concorso ItaliaFilmFest nella settima giornata del Bif&st di Bari ha lasciato l'impronta della potenza dei sentimenti, con i lungometraggi "Questione di cuore" di Francesca Archibugi e dell'ultradiscusso e osteggiato film di Renato De Maria "La prima linea".
L'ultima opera della Archibugi, tratta da un romanzo dello sceneggiatore Umberto Contarello, racconta l'incontro tra lo sceneggiatore Alberto, interpretato da Antonio Albanese, e il carrozziere Angelo, impersonato da Kim Rossi Stuart. I due si incontrato nell'unità coronarica di un ospedale romano, che li salva da un infarto. Ma mentre Alberto risolve presto la sua condizione di salute, il cuore debole di Angelo sconvolge la sua famiglia, ricca di normalità con tanto di moglie, figli sereni e ribelli, madre e officina non tanto in regola. Il sagace lavoro di costruzione dei personaggi, cui è sempre stata affidata estrema cura, è confermato anche in questo ultimo lavoro della regista italiana. Ma la sceneggiatura non riesce a svincolarsi dalla stigmatizzazione dei protagonisti, l'uno colto, precario a vita, solo e ansioso, l'altro ignorante, padre di famiglia, benestante ed evasore. Gli intensi primi piani e la perfetta recitazione sono ostacolati dalla prevedibilità della storia che termina dove tutti si aspettano. Confortevole quanto l'uso della parola di Alberto riesca a raccogliere i cocci del dolore, ma non può superare la vetta della soddisfazione sulla morte che lo spettatore vorrebbe raggiungere.
Tra i due lungometraggi siamo riusciti a vedere due lavori prodotti dalla Apulia Film Commission sulla memoria della nostra terra. Se è lodevole la progettualità della Fondazione AFC, "Vituccio, terra e canti" di Matteo Greco e "Salento, terra di popoli" di Paola Manno risultano abbastanza scarni nel dipanare visivamente i racconti di lotta che i protagonisti dei loro lavoro incarnano. Ci pare preoccupante anche il lavoro fotografico dove, accantonata la difficoltà del supporto di ripresa che non regge sufficientemente le esigenze tecniche della proiezione, ogni buona regola fotografica e di grammatica e sintassi audiovisiva svaniscono allegramente.
"La prima linea", interpretato da Riccardo Scamarcio e Giovanna Mezzogiorno, insieme ad un gruppo di ottimi attori coprotagonisti, non risponde alle aspettative: non tanto quelle di veder un prodotto in grado di sopire le critiche giunte sul soggetto del film quanto che questo rispondesse alle regole del cinema di qualità a cui si prefiggeva di aderire. Il film, anch'esso tratto da un libro autobiografico, narra i fatti di Prima Linea, piccola falange armata che colpisce in Italia nel presunto interesse del proletariato tra la fine degli anni Settanta e il tragico epilogo dei primissimi Ottanta. Sergio, il leader del gruppo, mentre avvia l'azione che deve liberare la sua compagna Susanna dal carcere di Rovigo insieme ai suoi complici, ricorda la storia di Prima Linea fino alla sua totale disfatta causata dai tradimenti e dalla stanchezza di un vita clandestina e di una scelta pure inascoltata dalla massa operaria. Il film, osteggiato ridicolmente anche nelle fasi di ripresa, vuole narrare i fatti, e lo fa anche con diversi contributi visivi di repertorio, senza peccare di una apologetica che rischia di scatenarsi nella scelta commerciale dei due più bei volti del cinema italiano di questi giorni. A parte una recitazione monocorde al limite dell'accettabile, non si capisce infatti perchè il regista abbia comunque fatto tanti di quei primi piani che inevitabilmente lo espongono alla trappola dell'apologetica. Sebbene il budget di produzione non consentisse inquadrature ampie e conseguenti scenografie costose, almeno l'uso della macchina da presa, con più movimenti e maggiori attenzioni, avrebbe potuto allontanare il film da un medio prodotto televisivo quale resta. L'opera manca di quel coraggio che lo avrebbe potuto immettere in quel cinema italiano sociale e storico che condannava la violenza, le idee, i fatti, ma raccontava con la voglia di fare vero cinema.
Al teatro Petruzzelli sono stati premiati Donatella Finocchiaro (nella foto in alto), come migliore attrice del 2009, e il musicista Armando Trovajoli per l'eccellenza artistica. Il maestro novantatreenne, che ha ricevuto il premio dalle mani di Walter Veltroni, ha ringraziato la platea con brevi parole sentite dichiarando la sua contentezza di essere riuscito a rivedere, in vita e premiato, il teatro Petruzzelli.
"Cendres et sang" è stato infine il film della neoregista Fanny Ardant, splendida attrice della storia del cinema mondiale, che ha chiuso la serata del festival. L'opera, la storia di un prossimo matrimonio che scatenerà rancori e violenze tra due famiglie, ha un'ottima messa in scena, rende bene l'astio sopito dei personaggi ma pecca di troppe costruzioni narrative già viste che hanno fatto grande e unico il cinema di qualità fracese.

Foto (sopra e in fondo pagina) di Vito Amodio


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